DJOKOVIC E LA GRANDE SODDISFAZIONE

Novak Djokovic è di nuovo maestro, sette anni dopo la sua ultima volta.
“Soddisfatto e allo stesso tempo molto sollevato viste tutte le vicissitudini di quest’anno – inizia a dire il serbo in conferenza stampa -. Quanto accaduto in Australia ha inciso pesantemente nella mia stagione ai primi mesi dell’anno, quando ho dovuto concentrarmi per recuperare sia il mio tennis sia il mio equilibrio mentale. Ho faticato a ritrovare il mio tennis. Questo è accaduto per la prima volta proprio in Italia, a Roma. Lì ho iniziato a ritrovarmi. Poi il titolo a Wimbledon, che è stato fondamentale. Dopo Wimbledon, ho perso solo la finale di Parigi Bercy. Tutti gli altri tornei che ho giocato li ho vinti. E’ stata una bellissima parte finale di stagione, indoor solitamente gioco molto bene. E giocare in Italia, un paese dove amo giocare e ho una speciale connessione col pubblico, rende questo titolo ancora più bello”.
Quanto è stato bello condividere con la famiglia questa vittoria?
“Molto speciale, sono molto grato a mia moglie e ai miei figli per essere venuti qui. Non ho avuto molti momenti da condividere con loro sul circuito. Ho portato entrambi i miei figli, specialmente mio figlio, agli allenamenti, ai riscaldamenti, ai match. Devo dire che ha tifato sempre ad alta voce. Ero un po’ sorpreso. Potevo sentire la sua voce in ogni momento (sorridendo). Era molto dentro l’evento. Ora entrambi sono consapevoli di quello che sta succedendo, di quello che sta facendo il padre. Ovviamente, loro mi rendono la vita più facile. Le pressioni, le aspettative cui devi far fronte in tornei come questo se ci sono loro riesco a metterle da parte per avere del tempo di qualità con la mia famiglia. Mi danno serenità e mi danno modo di ricalibrare il focus sulla partita successiva. E’ stato divertente l’altro giorno quando ho avuto una conversazione con mia moglie e le chiedevo come fa a stare dietro ai bambini e allo stesso tempo riuscire a seguire me. Non so in quanti tornei ancora avrò l’opportunità di avere la mia famiglia al seguito, ma adoro questi momenti, più cresceranno più si renderanno conto di ciò che accade”.
Pensi di essere il numero 1 del mondo?
Djokovic: “No, sono il quinto (sorriso). Questa settimana probabilmente lo sono stato. Ma il ranking dimostra sempre chi ha avuto la stagione migliore, e Alcaraz è il n.1 del mondo. Non c’è molto di più da dire. Ma nella mia testa mi vedo sempre come il migliore del mondo, ovviamente. Ho sempre quella mentalità e quell’approccio nelle cose che faccio, a prescindere dal giocatore che affronto, dalla superficie su cui gioco, dal numero di stagioni che ho vissuto. Questo non cambia. Le ambizioni sono le più alte possibili.
E’ questo approccio che mi ha portato qui a vincere a 35 anni, tenendo in mano uno dei più importanti trofei nello sport. Mi sento motivato, sto bene con il mio corpo, mi prendo cura di me stesso. Ovviamente, ho un grande team di persone. Finchè c’è questa corrente positiva… Tutto parte dalle emozioni. Per me, il tennis è amore e passione. Finchè questo ci sarà, sarò pronto a sfidare i ragazzi più giovani per i trofei più importanti”.
Tra i sei titoli Masters vinti qual è stato il più speciale e difficile?
Djokovic: “E’ passato un po’ di tempo dall’ultima volta che avevo vinto. Sette anni, come hai detto. Ho una discreta memoria per ricordare i miei match e quello che ho raggiunto. Forse non ricordo esattamente quale vittoria di preciso sia stata la più difficile. Però penso che ogni trofeo sia unico a suo modo. Forse, la prima vittoria nel 2008 contro Davydenko… Quella è stata particolare, perché la prima volta è sempre speciale. Quindi forse tra tutte scelgo quella”.
Cosa vuoi ancora raggiungere a questo punto della carriera?
Djokovic: “Non c’è un punto di fine. Non ho pensieri o idee su come vorrei chiudere la carriera o quando la voglio chiudere, se è la risposta che volevi. Se avessi un’idea su questo, lo direi senza problemi: quando riesco a fare questo, appendo la racchetta al chiodo. Ma non è così. Per me tutto consiste nell’avere emozioni positive e sentirsi bene in campo e in allenamento. Perché è bello vincere trofei, è una favola, ma devi arrivarci attraverso duro lavoro e tante difficoltà, tante sfide quotidiane per motivarti a continuare a lavorare al fine di stare a questi livelli. Quindi a me piace la vita quotidiana del tennista. Gioco con mio figlio, gioco con i professionisti, gioco con i junior, guardo il tennis. E’ una passione e un’ossessione. E’ la mia vita ed è quello che sono. Sono un grande fan di questo gioco, se possiamo definirmi così. Questa è per me la cosa più importante. Starò sempre nel tennis, in qualsiasi modo. Ma la competizione è qualcosa di differente, la carriera professionale richiede tantissimi sacrifici. E’ necessario avere il supporto di chi sta vicino a te, avere il giusto equilibrio mentale, realizzare ottimamente cosa funziona di più per permetterti di continuare a giocare a tennis. Ora come ora le cose funzionano bene per me, ma non sai mai cosa può capitare. I miei figli hanno otto e cinque anni, stanno crescendo e stanno sviluppando i loro interessi. Forse un giorno avranno delle esigenze diverse nei miei confronti e io ci devo pensare. Se necessario, passerò più tempo con loro che nel tennis. Non si sa mai cosa succederà in futuro, ma oggi quello che c’è nella mia testa è ancora una grandissima fame di trofei e una grandissima voglia di fare la storia di questo sport, di competere ai massimi livelli in giro per il mondo, dare emozioni ai tifosi. Questo è quello che mi spinge. Al momento ci sono tante cose che mi danno motivazione. Ci sono giorni migliori e meno buoni, ma in generale il feeling c’è sempre”.

dal sito www.ubitennis.com